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COVID 19, seconda ondata. Il punto di vista della psicologia sociale


La psicologia sociale ci aiuta a comprendere le nostre reazioni di sorpresa e sconcerto di fronte alla prevista ripresa dei contagi
8 novembre 2020
di Giordano Pierlorenzi

Ha colto tutti di sorpresa sembra, la seconda ondata di coronavirus a livello nazionale e mondiale. Eppure era stata ampiamente segnalata come possibile nella stagione autunnale con l’avvento del freddo, anzi da molti prevista in anticipo. E allora che cosa è successo? Perché siamo sorpresi, impreparati, di nuovo impauriti? La prima ondata non ci ha insegnato nulla?
Nel nostro paese di fronte all’attuale incremento progressivo ed allarmante della curva dei contagi l’opinione pubblica è disorientata e divisa tra negazionisti, riduzionisti e intimoriti, preoccupati per la sorte personale e familiare in ordine alla salute, al lavoro e all’imponderabilità del futuro con il riaffacciarsi della paura per la percezione che non basti i sacrifici fatti e che responsabilmente si continuano a fare. E la fiducia nelle istituzione si abbassa montando invece la protesta nelle piazze e la rabbia sociale per il rischio lavoro, la minaccia di infiltrazioni estremistiche, il malcontento per la frustrazione persistente nel non intravvedere la fine di questo prolungato e logorante stress.
Il bollettino giornaliero del Gores atteso come speranza di allentamento della morsa del morbo, finisce invece per risultare una minaccia alla stragrande maggioranza degli italiani che seguono scrupolosamente le prescrizioni sanitarie dei DPCM reiterati con tempestività. Questo annuncio cadenzato viene anzi percepito dai tanti disciplinati, osservanti delle regole, come un tormentone ridondante e perciò irricevibile e per taluni persino irrispettoso. D’altronde, basterebbe solo, come dicono gli esperti, eseguire con buon senso pratico tre semplici regole: indossare la mascherina ovunque, lavarsi spesso le mani e mantenere una distanza prossemica (termine preso dall’ergonomia più corretto di sociale), possibilmente di due metri. Se poi si aggiungono tutte le dichiarazioni non ufficiali nei telegiornali e i dibattiti nei talk show di esperti di opinioni diverse e spesso contrastanti, la confusione dilaga, cresce la paura e con essa s’affaccia quella che i sociologi chiamano l’anomia, la mancanza dell’ordine sociale.
L’anomia è un pericolo reale quanto il covid, da non sottovalutare per la tenuta della democrazia di un paese come l’Italia, che comunque però sa sempre trovare l’unione – pluribus ad unum, saggezza dei nostri antenati – di fronte alle comuni difficoltà usando la sua immancabile creatività e il forte spirito di appartenenza. Ma, oltre al pericolo sanitario e quello della democrazia, c’è un terzo pericolo da monitorare: la tenuta psicologica della popolazione che è in allarme. La salute mentale è a rischio in questa situazione pandemica perdurante per tutte le età, in particolare la prima dove si è psicologicamente impreparati e ancora non attrezzati e la terza perché indeboliti, più fragili. La “Giornata Nazionale della Psicologia 2020” del 10 ottobre scorso a Milano è stata dedicata al diritto alla salute psicologica ed al contributo dello psicologo nei diversi contesti della vita quotidiana. Nell’occasione così descrive la situazione in Italia la collega Laura Parolin, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia “L’esame dei dati epidemiologici indica che il nostro tempo è caratterizzato da un crescente disagio psicologico, con pesanti ricadute sulla qualità della vita. La situazione socio-economica post COVID-19 è destinata ad aggravare questa condizione, per cui occorre presidiare in modo decisamente più efficace la componente psicologica della salute, non solo per intercettare e diminuire il peso crescente dei disturbi della popolazione, ma anche per soddisfare quella domanda di benessere che spesso viene trascurata“.
Il focus sugli effetti della pandemia presenta statistiche inquietanti sull’aumento dei suicidi, le depressioni, gli attacchi di panico e la sindrome della tana riscoperta con il lockdown, che sembra apparentarsi con la sindrome di hikikomori (in giapponese ritirarsi) ormai diffusa anche in Europa. Insomma, avanza in generale il sentimento di inadeguatezza e paranoia (paura e angoscia), del sentirsi non più a proprio agio qui ed ora – in casa, a scuola, sul lavoro, per strada -, con la progressiva riduzione e poi perdita della fiducia nei mezzi di gestione e controllo della propria vita.
Poco basterebbe – insisto sul termine bastare come ostinata esortazione -; basterebbe un pizzico di autentico spirito di solidarietà o se si vuole di fraternità, per riportare la situazione se non a livelli di normalità almeno di adattamento e di resilienza, perché ciascuno svolga il proprio ruolo con determinatezza, moderazione e tempestività, senza invadere il campo di altri. E’ soprattutto compito delle istituzioni spiegare con autorevolezza e in modo pedagogico mediante portavoce ufficiali ed univoci che cosa stia succedendo con chiaro realismo e la voglia di ricercare il consenso partecipativo e collaborativo. Nei momenti di grave difficoltà che cosa fa il buon padre di famiglia? Raccoglie i suoi cari intorno al desco e presenta loro la situazione con verità senza allarmismi, facendo appello alla responsabilità di ciascuno ed alla necessità di condividere tutti i problemi e trovare insieme la soluzione.

“La difficoltà aguzza l’ingegno” ricorda il Manzoni e unisce e affratella. Da questa emergenza si esce solo con il consenso consapevole e ricercato stabilendo regole precise e compiti che ciascuno e tutti possano svolgere per il bene comune. Noi nelle nostre Accademie ed Università è quello che facciamo dal dopo lockdown: studenti, docenti e personale amministrativo, cerchiamo di contemperare salute e qualità formativa nel rispetto delle regole. Questo processo è noto in filosofia ed in psicologia come euristica (etimologicamente dal greco ‘scopro e trovo’), la ricerca cioè delle probabilità di successo attraverso il e non un progetto risolutivo. Un progetto che spetta alla politica elaborare e partecipare per sconfiggere il covid magari approfittando anche di allargare lo stato di benessere a tutti i cittadini.
Ora con il DPCM del 4 novembre che prevede un coprifuoco nazionale dalle ore 22 e chiusure circoscritte occorre evitare di farsi prendere di nuovo dal panico. Facciamo ancora appello alla nostra invidiata creatività per gestire la paura. Ricordo come ho fatto in un articolo pubblicato all’inizio del lockdown (8 marzo) l’individuo reagisce alla paura come può, irrazionalmente il più delle volte con un esito stressogeno. Lo stress e in particolare il distress, quello negativo, è una risposta esagerata ad uno stimolo/sintomo e perciò fortemente penalizzante il sistema psicologico e conseguentemente il sistema immunitario. Ma ora la situazione è ragionevolmente cambiata: il virus è meno sconosciuto, il sistema sanitario più risponditivo, la popolazione più largamente attenta. Comunque allo scopo di aiutare a comprendere meglio le situazioni di paura ripropongo la mia tassonomia empirica articolata in tre momenti (sensazione, percezione e reazione comportamentale) allineati per valutare il processo di possibile ingravescenza e quindi il livello di pressione a cui si è sottoposti di volta in volta.

Tassonomia empirica di valutazione soggettiva:

SENSAZIONE

PERCEZIONE

REAZIONE/ COMPORTAMENTO

Avvertimento

Incertezza

Preoccupazione

Allerta

Insicurezza

Timore

Allarme

Smarrimento

Paura

Rischio

Disagio

Fobia

Pericolo

Malessere

Terrore

 

 

Panico (paura totale paralizzante e contagiosa perché si ha paura di tutto e per tutto)

Impariamo dunque, a conoscere e riconoscere le nostre paure dando loro un valore sulla base delle informazioni utili che i Governi centrale e regionale ci danno e soprattutto cerchiamo di seguire le loro raccomandazioni monitorando la paura e facendo in modo che si orienti e si mantenga sul livello fisiologico della linea di allarme che va sempre ponderato contestualizzandolo, ovvero guardando la situazione in cui ciascuno si trova a vivere negli ambienti di vita, di scuola e di lavoro. E sopratutto ricordiamo che “il pessimista è chi trova una difficoltà in ogni occasione, mentre l’ottimista è chi trova un’occasione in ogni difficoltà”.

Prof. Giordano Pierlorenzi,

Direttore dell’IPSE – Istituto di Psicologia e di Ergonomia Poliarte e Direttore dell’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona.


Prepararsi all’esame di maturità 2020

Le preoccupazioni e le emozioni degli studenti di fronte a questa prova dopo mesi di lockdown e di didattica a distanza. I consigli per affrontarla al meglio.
Il Corriere Adriatico e Il Resto del Carlino – La Città ospitano le parole del direttore Pierlorenzi e della responsabile dell’IPSE Mengucci.
8 Giugno 2020

Ad appena un anno dalla riforma dell’esame di maturità, i maturandi di quest’anno si trovano ad affrontare dopo la quarantena un’ulteriore sfida: una prova finale completamente nuova. Approvato appena due settimane fa, dopo che si sono sciolte alcune riserve sull’andamento dell’emergenza COVID19, l’esame consisterà in un maxi colloquio di un’ora articolato in più fasi e si svolgerà in presenza.

Ascoltare il punto di vista dei ragazzi è prioritario per poterli accompagnare a fronteggiare l’evento, quest’anno ancor più costellato di emozioni, ed è per questo che l’IPSE , Istituto Europeo di Psicologia e di Ergonomia Poliarte di Ancona, da sempre impegnato nell’orientamento, la formazione e il sostegno degli studenti, si è rivolto ad alcuni di loro.

La paura dell’esame c’è sempre stata ma quest’anno ancora di più. Come la vivi?
“Quella che sento più che paura è insicurezza” dice Irene, condizione avvertita per le poche indicazioni riguardo l’esame e legata al rischio di non essere ben preparati a causa del poco tempo a disposizione dalla fine delle lezioni per preparare il fatidico elaborato-prova. Riccardo aggiunge un aspetto significativo “In condizioni normali gli studenti sono seguiti dai professori ed il contatto quotidiano assicura, senza dubbio, uno studio più costante e continuativo da parte dei maturandi”. La mancanza di tale contatto è uno dei fattori che contribuisce ad accentuare lo stress per l’imminente esame.

L’articolazione dell’esame in una sola prova orale ti soddisfa o ti penalizza?
“Penalizzati”. E’ questo il parere concorde dei cinque studenti che temono anche un non corretto bilanciamento del voto dovuta all’assenza di più prove. “Un’unica prova non permette all’alunno di mostrare, nel migliore dei modi, tutte le abilità e le competenze che ha sviluppato durante i cinque anni” sostiene Margherita, e Matteo sottolinea che “parlare per un’ora con l’elaborato da fare sulle materie tecniche non sarà facile”. Una condizione che li rassicura è la composizione della commissione, sei membri interni e uno solo esterno. Giulia definisce l’esame “più facile e più strano: facile perché ridimensionato alla sola prova orale e strano perché da due anni si preparano a sostenere l’esame secondo le modalità abituali e quindi è un’incognita comunque”.

La fine dell’anno scolastico è imminente. Hai trovato sufficiente la preparazione con l’inserimento della DAD?
“Manca uno degli aspetti fondamentali della vita scolastica, il confronto diretto tra studente e insegnante” dice Margherita sottolineando quanto sia importante nel caso in cui l’alunno necessiti di un aiuto, di un chiarimento o un consiglio.
La DAD ha comportato un aumento di carico di lavoro da svolgere da soli, appesantito dalle difficoltà tecnologiche (disconnessioni frequenti, feed back saltuario e solo visivo,  caduta dell’attenzione, ecc.) senza un confronto quotidiano e fattivo con gli insegnanti a cui riconoscono, però, una grande disponibilità e presenza, se pur a distanza, sempre rinnovata in tutto questo periodo.

Ma ciò che hanno accusato di più è la mancanza della socialità reale, incarnata.

Come hai vissuto la socialità di classe sostituita dai dispositivi e dai social media?
“Se penso che il 3 marzo è stato il mio ultimo giorno di scuola, un po’ mi dispiace, perché non potrò più stare con il mio compagno di banco a fare cavolate oltre che a seguire la lezione e questo ci è stato tolto senza che noi lo sapevamo”.  E’ ciò che prova Luca, aggiungendo che con le video chiamate e i social, in realtà non si riesce a vivere una vera condivisione.

I cinque ragazzi esprimono chiaramente come il loro percorso scolastico sia divenuto un’esperienza mutilata “dello spirito di gruppo che si è creato in questi meravigliosi cinque anni” che nessun social media ha potuto, in qualche modo, compensare. E che qualcuno vorrebbe almeno simbolicamente  condividere ancora in presenza, seppur per un attimo e con il distanziamento sociale  per il saluto alla scuola, in un abbraccio ideale con tutti i compagni con cui si sono vissuti “gioie e dolori”: un’esperienza caratterizzante non ripetibile ed indelebile.

Catia Mengucci
si ringraziano gli studenti che hanno partecipato all’intervista:
Irene Ferranti, Margherita Manieri e Riccardo Luberti della classe  5°CL, Liceo Scientifico L. Da Vinci, indirizzo linguistico; Luca e Matteo Barchiesi della classe 5°I dell’istituto IIS MARCONI PIERALISI indirizzo Automazione di Jesi e Giulia Monina della classe 5°AL. Liceo scientifico Savoia Benincasa di Ancona

 

I consigli per gli studenti in vista della prova

L’esame di maturità corrisponde ad un particolare momento di vita, quello del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dalla minore alla maggiore età e quindi all’ingresso ufficiale nella società. Equivale infatti, al rito fondamentale di iniziazione attraverso la verifica e l’apprendimento della cultura della società di appartenenza e pertanto riveste un significato politico (polis), quello di acquisire lo status di cittadino abilitato ad operare all’interno dell’organizzazione sociale occupando per diritto ruoli funzionali.
E’ un consuntivo: la conclusione di un percorso scolastico (curriculum studi) più o meno accidentato in cui sono state investite risorse temporali, finanziarie, biopsicosociali sia personali che familiari. E’ il traguardo raggiunto dopo un lavoro lungo e faticoso.

Nel 2020 questo percorso ha subito un cambiamento in corsa improvviso, imprevisto e inimmaginabile dettato dal COVID 19. Alla classica paura prima dell’esame, quindi, si è aggiunto un ulteriore carico emotivo legato all’incognita sullo svolgimento dell’esame, la paura di essere contagiati, il timore di non avere la giusta preparazione, la mancanza della condivisione in classe con i compagni e il confronto vis a vis con gli insegnanti.

PREPARARSI
La preparazione all’esame, iniziata entrando al 5° anno, a fine febbraio ha subìto uno shock sotto il profilo psicologico e tecnico. E’ seguita poi una lunga incertezza sulle modalità dell’esame ed ora, in poco tempo i ragazzi dovranno proiettarsi in una nuova prova, che richiederà risorse personali e dovrà richiamare strategie di coping (strategia psicologica di adattamento e gestione delle emozioni) per ciascuno.

  • Prepararsi per tempo spiritualmente per rafforzare la volontà, l’impegno e la resistenza alla fatica, allo stress, ricercando la serenità interiore, utile a raggiungere la disposizione (mentale e fisica) di chi si appresta ad un lavoro gravoso in cui investire le proprie migliori risorse meritando il pieno successo.
  • Prepararsi psicologicamente per superare l’ansia e controllare la paura con tecniche di rilassamento naturali quali: metodi di respirazione, passeggiate distensive, ascolto di buona musica, conversazioni evasive e attraverso la progettazione bioritmica di momenti alternati di lavoro e pause ricreative, possibilmente da condividere con i pari (amici e compagni di scuola). Lo scopo è quello di evitare periodi prolungati di tensione, da compensare comunque con attività di svago. La paura è una buona compagna di viaggio che rende prudenti; va tuttavia dominata e guidata.
  • Prepararsi tecnicamente, pianificando il lavoro finalizzato alla consegna dell’elaborato e alla preparazione del maxi- colloquio, nei tempi, nei metodi e nei contenuti più confacenti la propria personalità.

RIDIMENSIONARE LE ASPETTATIVE E LE PAURE
E’ utile contenere alcuni pensieri e aspettative disfunzionali:

  • pensare al colloquio orale, non come ad una tortura da subire, ma piuttosto come ad un “provino professionale” con la consapevolezza che è in gioco non solo il proprio passato (cinque anni di vita), ma soprattutto il proprio futuro, di cui il diploma è il passaporto.
  • mettere in conto un eventuale insuccesso, pensandolo però, non come una sciagura fatale, ma un semplice e comprensibile incidente di percorso, utile peraltro in quanto approfondimento di esperienza che immancabilmente aiuterà nella carriera.
  • tenere sempre presente che l’esame di maturità verte sulla cultura e formazione generale dello studente e non sul valore dell’uomo-persona, che non va esaminato ma stimato e rispettato.

RICHIAMARE ALL’ESPERIENZA DI ALTRI
Per quanto inedita come modalità, l’esperienza di affrontare un esame è stata vissuta da tutti e presenta aspetti che condivisi rassicurano e permettono di prepararsi emotivamente alla prova.

  • Intervistare studenti diplomati, docenti e i propri genitori sulla loro esperienza di esame di maturità chiedendo loro notizie sulle emozioni, le sensazioni provate per farsene un idea concreta ed evitare che l’immaginazione crei scenari irreali, drammatici. Convincersi che: “Se ce l’hanno fatta loro anch’io ci riuscirò! ”.
  • Pensare al diploma, come ad una certificazione di bilancio delle competenze acquisite; ad un viatico importante per la vita sociale e culturale cioè la prima significativa referenza per l’ingresso ufficiale nel mondo del lavoro e pertanto da investire con avvedutezza sul territorio europeo ed oltre.

SCRIVERE L’ELABORATO
Gli studenti dovranno preparare un elaborato concernente le discipline di indirizzo su un argomento indicato dai docenti in una decina di giorni (dal 1° giugno al 13) e in questo breve tempo è fondamentale apprestarsi con sistematicità e determinazione al compito. Per alcuni indirizzi sarà più discorsivo per altri più tecnico ma ci sono strategie che possono essere applicate ad ogni tipologia, chiaramente con gli opportuni adattamenti.

  • Organizzare i tempi di lavoro: un periodo va assegnato alla ideazione, un altro allo svolgimento del discorso, un altro ancora alla rilettura, correzione e rifinitura. Il primo periodo richiede più tempo perché è la fase di problematizzazione (riflessione e traccia) e costruzione del pensiero. Il secondo riguarda la stesura redazionale in cui il pensiero prende forma e che dovrà trovare consensi nei commissari e perciò risultare piacevole, corretta e ricca di contenuto. L’ultimo periodo per la stesura in bella copia. Tutto il tempo a disposizione va occupato. Va ricordato poi, che lo svolgimento dell’elaborato si articola solitamente in tre parti: introduzione (discorso generale), sviluppo analitico dell’argomento e considerazioni conclusive. Evitare forme di scrittura anonime, impersonali; anzi nel possibile far trasparire la propria opinione senza troppe riserve.
  • Nello svolgimento dell’elaborato fare attenzione all’ortografia (verbi e punteggiatura), al lessico (vocaboli appropriati), alla grammatica e alla sintassi. Costruire periodi brevi con poche subordinate, ma ricchi di avverbi, locuzioni avverbiali, congiunzioni per dimostrare la padronanza linguistica e con non troppi riferimenti a vocaboli stranieri. Attenzione alle ripetizioni; utilizzare sinonimi e le figure retoriche per impreziosire la forma. Insomma badare alla forma e al contenuto.

LA PROVA ORALE
Il colloquio con la commissione d’esame di maturità è una verifica impegnativa, ma anche stimolante per il valore di sfida verso gli altri e di scommessa su se stessi che comporta. Per il giovane studente infatti, è l’occasione di presentarsi in libertà e creatività come persona consapevole delle proprie risorse attuali e potenziali, che chiede di entrare nella società degli adulti con il titolo richiesto e le competenze necessarie per aspirare ad un lavoro adeguato o a proseguire gli studi. Non è dunque, una prova solo culturale, sul sapere acquisito, ma una sorte di check up esistenziale (o rito sociale secondo gli antropologi), sulle modalità e capacità di muoversi nella complessità sociale e che riguardano il grado di autonomia ed intraprendenza raggiunti.
Per affrontarla al meglio ecco alcuni consigli:

  • Dopo la consegna dell’elaborato dedicare un giorno intero alla cura della propria persona: eliminare o ridurre gli effetti del distress (stress negativo) accumulato nei giorni precedenti con attività libere e di svago.
  • Terminata questa giornata di recupero, riprendere il lavoro preparatorio ripetendo più volte a voce alta possibilmente di fronte ad un amico o amica, via web, o ai propri genitori. La preparazione dovrebbe simulare una performance teatrale in cui lo studente si atteggia a protagonista nell’illustrare ad un pubblico competente il proprio lavoro di ricerca e studio, facendo attenzione non solo alla dizione e all’arte interpretativa, ma anche ai tempi, che vanno contenuti.
  • Gli esercizi di rilassamento e respirazione vanno ripetuti sistematicamente per tutto il periodo di stress per rinforzare i meccanismi di difesa e resistenza. Da ripetere 1 – 2 volte al giorno per liberare la mente e prepararsi al grande evento: 15 minuti di respirazione.
  • Preparasi a “dare battaglia” durante il colloquio studiando l’approccio migliore, prendendo l’iniziativa, anticipando la domanda, sorprendendo d’acchito, intervenendo frequentemente, esponendo brillantemente e con proprietà di linguaggio. Da evitare lunghe pause di riflessione, intercalare onomatopeici (suoni inespressivi e noiosi); inserire invece, riferimenti autobiografici.

STRATEGIE PER RASSICURARSI
Temere il blocco o il vuoto di memoria sono molto comuni e qualora si verificassero bisogna saperli fronteggiare con prontezza, in specie l’attacco di panico. Se accadesse:

  • Prendere atto del vuoto, esplicitarlo alla commissione esprimendo la propria emozione e allo stesso tempo non lasciarsi invadere dall’ansia chiedendo un momento di tempo per ripescare il filo del discorso. Il cervello umano è in grado infatti di sovvenire in qualsiasi situazione trovando rimedi risolutivi attraverso l’uso della memoria e della creatività. L’importante è controllare l’ansia, vera nemica. “La mente umana va occupata e non preoccupata: tra i due diversi stati mentali si insinua l’ansia. Pertanto per scongiurarla o ridurla basta progettare, programmare le cose da fare ed eseguirle con metodo. Si sarà così sempre padroni della situazione”.
  • Eventuali attacchi di panico si possono prevedere attraverso un’attenta programmazione delle cose e dei tempi da fare. Comunque una buona profonda respirazione allenta la tensione e non dimenticare di ricorrere al docente di fiducia con cui si ha maggior confidenza in caso di difficoltà. La commissione quest’anno  per l’emergenza sanitariaè straordinariamente tutta interna con il solo presidente esterno.
  • Proprio i presidi sanitari come la mascherina potrà essere d’aiuto a nascondere in buona parte le reazioni fisiognomiche dell’eventuale difficoltà del momento.

IL GIORNO DEL COLLOQUIO
Arrivato il grande giorno, preparare con cura (senza esagerare) la propria persona:

  • sul piano fisico, scegliere abbigliamento sobrio, acconciatura e trucco misurati per le ragazze, distanziamento sociale da norma, sguardo sereno ed orientato sul presidente o il commissario più reattivo, andatura disinvolta con uso moderato delle mani;
  • sul piano psicologico controllare le proprie emozioni e la tensione nervosa attraverso le tecniche suggerite in precedenza e gestire con attenzione la reattività;
  • sul piano spirituale fare una breve meditazione con respirazioni, almeno un quarto d’ora prima, isolandosi mentalmente per raccogliere le ultime energie e finalizzarle all’evento.

L’ESPOSIZIONE
Esporre senza fretta gli argomenti richiesti con il metodo sperimentato (esercizio facile se lo si è ripetuto più volte nei giorni precedenti) aiutandosi con una gestualità non troppo vistosa e con un tono di voce chiaro e deciso.

  • Usare una comunicazione assertiva: parlare in modo chiaro, semplice, sintetico, accattivante e convincente senza inflessioni dialettali o anacoluti, dirigendo lo sguardo elettivamente sui commissari più disponibili ad annuire. Utilizzare un lessico appropriato senza lunghe pause di riflessione. L’agitazione momentanea può essere superata calzando sulle finali delle parole.
  • Arricchire la conversazione con riferimenti all’esperienza scolastica del quinquennio con frequenti paralleli interdisciplinari. Riportare naturalmente le esperienze positive.

ASTUZIE DEL MESTIERE (DI ORATORE)
Mentre si ascolta la domanda mantenere lo sguardo sereno e variamente orientato; effettuare gesti annuenti con il capo. Nel rispondere, usare il pensiero positivo per creare un feeling, un clima favorevole attraverso un credito di fiducia nei confronti dei commissari e trovare una possibile e durevole intesa sulle proprie affermazioni (captatio benevolentiae): ciò sarà facilitato dalla precedente fase di informazioni raccolte.

  • Sono d’obbligo una buona presenza, il sorriso possibilmente spontaneo se muniti di mascherine trasparenti, un uso discreto delle mani a sostegno emotivo, postura assisa corretta, tono di voce marcato con modulazioni diverse per sottolineare l’incedere del discorso (evitare cantilene, inflessioni dialettali).
  • Infine, interessare e coinvolgere tutti i commissari con riferimenti interdisciplinari, connessioni storico-geografiche, con brevi digressioni, con sguardi insistiti e sorrisi d’intesa.

CORAGGIO! CI SIAMO QUASI
Non lasciarsi inibire da affermazioni censorie o contestative da parte di qualche severo commissario; controbattere invece, punto su punto con argomentazioni varie. Non assumere mai atteggiamenti passivi, rinunciatari o perdenti. “Dare battaglia”.

  • Tentare di portare il discorso sull’argomento su cui ci si sente più ferrati o più sicuri.
  • Cercare di indirizzare il discorso su ciò che si vuol fare “da grande”: il lavoro desiderato, la ricerca, le risorse da impiegare, l’autonomia da conquistare. Tutti elementi indicatori della maturità raggiunta e del proprio “progetto di vita” cui la scuola ha contribuito nel quinquennio.

Ed adesso…In bocca al lupo!!!!

Psicologo Prof. Giordano Pierlorenzi
Direttore dell’Istituto Europeo di Psicologia e di Ergonomia e Direttore dell’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona

 

https://marcosantarelli.eu/index.php/news/19-marco-santarelli-news/253-10-giorni-all-esame-come-affrontare-bene-l-esame-di-maturita-il-resto-del-carlino-la-citta

 


Ergonomia e psicologia ambientale
a scuola

Progettare l’aula ideale grazie ad un corso di introduzione all’ergonomia e alla psicologia ambientale presso l’Istituto Corinaldesi di Senigallia nato dalla collaborazione con l’Accademia di Belle Arti e Design di Ancona.
18 Maggio 2020

di Catia Mengucci

“L’aula che vorrei”, “La nostra aula ideale”, “Una stanza dagli studenti, per gli studenti”. Sono questi gli slogan scelti dai ragazzi della IV C.A.T. e III TEC. dell’Istituto Corinaldesi di Senigallia per i progetti dell’ aula desiderata, con indicazioni ben chiare sui loro bisogni legati all’apprendimento: abbattimento del rumore, possibilità di configurare il setting in relazione alle attività, colori scelti ad hoc per stimolare la mente, aree relax, luoghi dedicati alla lettura, ottimizzazione di luce ed aria naturale. Non solo, è emersa anche una promettente creatività riguardo la divisione degli spazi sovvertendo, in alcuni casi, la concezione dell’aula tradizionale.

E’ grazie ad un protocollo d’intesa tra l’Istituto senigalliese e l’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona che tutto questo è stato possibile, collaborazione nata per creare interventi formativi di connessione tra le due strutture.

Gli elaborati sono frutto del corso “Concept per aula didattica innovativa. Come ergonomia e psicologia ambientale supportano la progettazione”, tenuto dai docenti dell’Accademia Catia Mengucci e Andrea Montesi, che hanno introdotto gli studenti ai principi fondamentali delle due discipline: come il colore, la luce, la forma e la qualità fonica di uno spazio influiscono sul nostro comportamento e come si può rendere più confortevole l’ambiente rispettando i principi di ergonomia applicata quali la visibilità, l’affordance e il mapping.

Il corso, fortemente voluto dai proff. dell’Istituto, Alessandra Ansuini, Caterina Panichi e Roberto Coppola, è stato inserito nella programmazione didattica per le ore di potenziamento nel triennio Costruzione Ambiente e Territorio dedicate appunto all’Arte, Design e Progettazione d’Interni.


Il pensiero narrativo come strumento
di resilienza

Resilienza o resistenza? Il pensiero narrativo è terapeutico? La scrittrice Gabriella Santini, docente di Sociologia della Comunicazione all’Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona, risponde a queste domande.
15 Maggio 2020

Titolo convincente? Mmm… Scomponiamolo. Come un puzzle. Varrà la pena.
Il vocabolo “resilienza”, che ha natura tecnica e scientifica, è tra i più usati – o abusati? – di questi tempi; all’incirca dal 2011. È un bene? A mio avviso, no. E perché, poi, d’improvviso, tanta fama? Forse, perché, abusandone l’uso, cerchiamo di fare nostro il vocabolo anche se spesso non ne possediamo la sostanza?

Lo scrittore e semiologo Stefano Bartezzaghi ha indicato la resilienza come “parola-chiave di un’epoca”, alla moda. Per sbriciolare dubbi e gustare il senso intrinseco del ragionare, sbirciamo sul sito dell’Accademia della Crusca e consultiamo il vocabolario Treccani… 
Vari sono gli usi e diversi i significati sulla natura e sull’origine del vocabolo. In tecnologia dei tessuti e dei filati, per esempio, resilienza è “la capacità di questi di riacquistare l’aspetto originario dopo una deformazione senza strapparsi”. Indica la possibilità per alcuni oggetti di rimbalzare e per i suoni di riflettersi. In psicologia, denota “la capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi, di recuperare l’equilibrio dopo un trauma”. 
Abbracciate queste definizioni, dunque, quanti di noi riescono a essere resilienti? Considerando per di più che limpido contrario di resilienza è fragilità? 

Facciamo un esame di coscienza nel tempo che intercorre tra l’ultima parola della frase che state leggendo, il punto e l’andare accapo. 

Che ne dite? Siamo più fragili o più resilienti?
Direste più fragili, ripensando ai colleghi, ai parenti, agli amici, ai vicini di casa? Ripensando persino a voi stessi, per come siete dentro veramente? 

Beh, io direi di sì. Le basi – che dovrebbero essere per definizione solide – della società occidentale sono in bilico da tempo, pur se tentiamo di ignorarne lo stato logoro. Allora, forse sarebbe più realistico tornare all’umile – e vintage – “resistenza”, ché essa non implica necessariamente mutamento quanto piuttosto capacità di opposizione a qualcosa o a qualcuno che risulti sgradito, pericoloso, prevaricante.

L’altro tassello di questo puzzle contenutistico è “pensiero narrativo”. Cos’è? A cosa serve?
Ebbene, trasfigura ogni realtà e la soggettivizza. E ancora, è aperto, creativo, potenzialmente sconfinato. Implica una rappresentazione temporale e spaziale di qualcosa o qualcuno rendendolo raggiungibile e perciò più concreto. È modello di conoscenza della realtà, planimetria della costruzione del sé, ponte tra culture e luoghi, superamento delle difficoltà connesse alla natura umana. A dar retta a Umberto Eco, nel suo Sei passeggiate nei boschi narrativi, I boschi possibili, “dà senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all’angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale. … Questa è la ragione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell’umanità, raccontano storie.”

Infine è pure – come diceva lo psicologo Jerome Seymour Bruner riferendosi alla cultura e alla narrazione – “cassetta degli attrezzi”: serve a montare spazi inusitati altrimenti impossibili o difficilmente esplorabili. 

Ricomposto il puzzle, cosa otteniamo? I traumatici tempi del COVID-19 saranno seguiti da un’epoca di nuova serenità? Recupereremo l’equilibrio psichico minato grazie agli sforzi del pensiero narrativo?

Già il fatto che, dallo scoppiare della crisi, non ci riesca di parlare d’altro, scrivere d’altro, interrogarci su altro, cosa è se non uno sforzo sovrumano del nostro pensiero narrativo di catturare la paura e trasformarla in coscienza del poter-fare mostrandoci di nuovo alla vita con il sorriso libero da… maschere?

https://www.resonnetwork.it/it/news/11-news/194-il-pensiero-narrativo-come-strumento-di-resilienza.html


Nuove configurazioni degli spazi nel tempo delle relazioni particolari

Il sociologo Marco Grilli analizza come si sono modificate le relazioni e le comunicazioni a causa dell’isolamento e del distanziamento sociale dettato dal COVID-19
8 Maggio 2020

Ci sono incontri, sempre. Spezziamo fili e li ricongiungiamo, come neuroni continuamente in cerca di contatti. A volte simili a un volo, assolutamente slegati, eppure reti invisibili trattengono le nostre ali, o sostengono, nel vuoto, corpi sospesi. Su questo ponte di vetro ci incontriamo come maschere veneziane, difficilmente nella “nudità del volto”, comunque soli. 

L’incontro è ineludibile, così come “non si può non comunicare”, e “ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione”. Le relazioni assumono configurazioni sociali diversificate, costituiscono tentativi di definire il mondo all’interno di un orizzonte di senso condiviso: si tratta di una continua impresa di costruzione collettiva, dove l’incontro con l’altro è sempre un evento rischioso, un abisso verso cui sporgersi, alla ricerca delle radici più intime della nostra umanità, come in uno specchio.
In questo processo ci impegniamo a mantenere le giuste distanze; gli spazi prossemici che siamo disposti a sostenere rispettano regole comportamentali precise, dalla misura “pubblica” di alcuni metri a quella “intima”, la più invasiva, commisurate alla tipologia di relazione e di rischio che accettiamo di  giocare; cosicché spesso ci appoggiamo a delle protesi che rendano meno carnale questo contatto, fino alle più recenti tecnologie, i mezzi elettrici ed elettronici, con l’effetto di svincolare progressivamente la comunicazione dalla fisicità dei corpi, per coinvolgere un numero sempre maggiore di persone con la sincronia della velocità della luce.
Queste modalità tuttavia implicano anche il rischio di allontanarci fisicamente dall’altro, isolati come hikikomori in stanze virtuali, per essere connessi con il villaggio globale, ma assolutamente disconnessi rispetto al prossimo.

E un accidente imprevisto, improvviso arriva oggi a esaltare questa dimensione comunicativa virtuale, rendendola quasi l’unica forma accessibile, distanziando i corpi tra loro, fino al punto che l’altro rappresenta una potenziale minaccia, viene osservato con una diffidenza nuova, quasi fosse un virus egli stesso, da esorcizzare attraverso sistemi di riconoscimento e di immunizzazione pubblica, non più secondo criteriologie discriminanti di appartenenza etnica, o basate su condizioni personali di status, di livello economico o culturale. Anche le distanze vengono standardizzate: almeno un metro o un metro e mezzo dall’altro (o forse due o più), rivelandosi, per inciso, anche tutta l’umana falsificabilità delle parole della scienza; l’altro generalizzato paradossalmente diventa cifra di un processo di desocializzazione che esprime una situazione di livellamento e allo stesso tempo contiene un potenziale effetto collaterale virtuoso: l’opportunità di tornare a coltivare la nostra umanità più profonda, attraverso il desiderio, la nostalgia, di una comunicazione reale, fatta di relazioni, di mani che toccano mani, corpi che si guardano. E si riconoscono.

Dott. Marco Grilli

https://www.resonnetwork.it/it/news/11-news/193-nuove-configurazioni-degli-spazi-nel-tempo-delle-relazioni-particolari.html


Come affrontare la Fase 2

Il direttore dell’Accademia Poliarte e dell’IPSE Prof. Pierlorenzi spiega come l’applicazione corretta e creativa del design può garantire benessere e sicurezza per una ripartenza adeguata, soprattutto applicando i principi dell’ergonomia e della psicologia. La dott.ssa Peppoloni affronta il delicato tema della gestione dei lutti alla luce dei cambiamenti entrati in vigore dal 4 maggio
8 Maggio 2020

Pierlorenzi.
A proposito di distanziamento sociale Tutto è riconducibile alle categorie spazio-temporali, affermano la filosofia greca e quella scolastica medioevale, o più semplicemente alla geometria euclidea. Il problema delle relazioni sociali improntate alla distanza più che alla vicinanza mi suggerisce riferimenti diversi come la psicologia topologica di Kurt Lewin degli anni ‘30 che parla dell’uomo come forza vettoriale che occupa spazi tangenti o secanti con gli altri uomini, la prossemica di Edward T. Hall negli anni ‘60 e, infine, l’antropologia ecologica di Thimoty Ingold. Tutti questi studiosi trattano di relazioni spaziali e delle dinamiche, diventate abitudini, che gli uomini determinano tra loro all’interno dei diversi contesti. Il Covid-19 ci impone di superare le geometrie relazionali abituali per assumere comportamenti responsabili finalizzati alla salute, alla sicurezza e al benessere. È un dovere civile da parte dei cittadini ed è dovere dei designer aiutarli a tale cambiamento anticipando progetti ambientali che facilitino comportamenti proattivi in casa, sul lavoro, nello svago e in ciascun altro ambiente.

Il merito del design nelle situazioni di grande trasformazione Il design inteso come Gestaltung, progetto totale, è un metodo di risposta a un problema o a un bisogno, anzi, per dirla con Bruno Munari, è la risposta e non una approssimativa. Per affrontare il cambiamento, necessario di fronte a calamità come quella che stiamo vivendo, è certamente il modo migliore perché considera nell’insieme (Gestalt) le variabili umane, quelle tecnologiche e quelle ambientali in una concezione armonica in cui anche i fattori temporali, economici ed ergonomici, ovvero di salute, sicurezza e benessere trovano posto.

Il contributo del design, dell’ergonomia e della psicologia nella “Fase due” La vicinanza, così come la concepiamo noi italiani, ovvero il rapporto prossemico di privacy che secondo Edward T. Hall corrisponde alla “distanza intima” (da 15 a 45 cm), dovrà essere una distanza controllata e controllabile. Le effusioni a cui siamo abituati dovranno essere necessariamente rivedute e corrette. La nostra Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona sta già studiando nuovi paradigmi di Interior Design e Industrial design per poter vivere in protezione la socialità: pannelli parafiato, layout di postazioni sinusoidali, barriere mobili, tute ergonomiche di protezione, mascherine disegnate, ecc. Tutti dispositivi che vanno corrisposti al bisogno contingente, ma anche carichi di valenze ludiche o estetiche per alleggerire l’atmosfera del momento con un po’ di humor. Il clima psicologico di un ambiente è lo scopo di ciascun progetto: Enzo Spaltro, psicologo ed ergonomo mio maestro, insegna che ogni persona deve sentirsi a suo agio ovunque, cercando non solo il proprio benessere ma il “bellessere”, ovvero la speranza di benessere in continuum. Vanno evitate nella fase due soluzioni progettuali di cattivo gusto o di controdesign, come gli ombrelloni con recinti di plexiglass, che rafforzano la paura. Occorrono invece progetti che facciano leva sul senso di responsabilità di ciascuno: del progettista, dell’azienda e dell’utente che li utilizzerà.

Le nuove distanze sociali diverranno parte integrante del nostro modo di essere Per la nostra cultura latina del prandum e del post prandum, che caratterizzano ancora le sfere prossemiche del privato e del personale, l’attuale necessario distanziamento provoca inibizioni e frustrazioni in quanto implica non solo il cambiamento comportamentale, ma incide sul senso di identità e di civiltà. Ovviamente non si riuscirà in poco tempo a scalfire un sentire e un modo di essere sedimentato e metabolizzato nei secoli, ma il COVID lascerà una traccia profonda il cui portato antropologico e psicologico potrà essere compreso realmente solo in tempi lunghi. Rimane il fatto che oggi la paura del contagio mette in crisi la spontaneità nei giovani, preoccupati per il futuro, non solo per le incertezze circa studio e lavoro, ma per la socialità da vivere sotto la minaccia di reiterate, possibili pandemie. Certo, la creatività è l’antidoto alla paura e i giovani sapranno, attraverso il design e le arti, trovare certamente ottime soluzioni.

Una nuova percezione della propria identità personale e culturale Il progettato, ossia ogni oggetto o sistema realizzato attraverso un processo di design, da sempre ha una doppia valenza: di strumento in quanto utensile legato a una funzione e di strumento pedagogico che stimola e promuove nuovi comportamenti. In questa fase due fondamentale sarà riacquisire fiducia e sarà possibile facendo leva non tanto su rigidità e paura bensì, appunto, sulla creatività e sull’aspetto ludico. L’ironia di cui parla Socrate, la capacità di giocare, di riderci su, va recuperata e usata ora. È su questo che il design deve concentrarsi sollecitando la proattività dell’utente in una funzionale compliance per la ripresa della socialità. Gli esempi di questi giorni di “reclusione domestica”, l’uso delle piattaforme digitali per concerti da remoto, tombole di condominio con presenze sui balconi, smart working, smart learning, sono iniezioni di coraggio e di speranza. È la prova della grande creatività umana che usa senza saperlo la sinestesia evocativa, ovvero la capacità di rievocare sensazioni tattili impossibili da ottenere ora, attraverso l’uso più intenso della vista, senso opposto e complementare del tatto.

Peppoloni. La cronaca dell’ultimo mese è stata letteralmente invasa da notizie di decessi senza riti funebri e si ha come l’impressione che le persone siano scomparse nel nulla…
Con il nuovo DPCM del 26 aprile 2020 sulla fase 2 per emergenza COVID-19 il Presidente del Consiglio ha autorizzato la ripresa delle cerimonie funebri seppure con delle restrizioni e, anche a chi finora è stato negato, sarà data la possibilità di celebrare il funerale. Normalmente l’elaborazione psicologica del lutto passa attraverso i riti funebri e il supporto sociale di familiari e amici ma, in questo periodo, tutto questo ci è stato negato o sottoposto a forti limitazioni. L’assenza di un corpo su cui piangere, del supporto sociale, della ritualità complica l’elaborazione del lutto. Le cerimonie funebri ci permettono, infatti, di dare un ultimo saluto al defunto e soprattutto di rendere reale la perdita. Rappresentano un vero e proprio rito di passaggio che consente di scandire il lutto e la sua elaborazione nella mente degli individui. Il rischio concreto è di non riuscire a prendere atto dell’accaduto e fissarsi nella fase di negazione, la prima fase dell’elaborazione del lutto. Di importanza cruciale è anche il supporto sociale dei familiari e degli amici, anch’esso venuto meno in questo periodo a causa delle norme di distanziamento e isolamento dovute alla pandemia.

Come possiamo prendere consapevolezza della perdita e consolarci?
L’importante è non sentirsi soli. Anche in assenza della vicinanza fisica, possiamo chiamarci e anche videochiamarci, possiamo far sentire vicinanza anche a distanza, possiamo creare delle ritualità personalizzate con delle foto e dei racconti del defunto, ritrovarsi anche a distanza, per esempio in videochiamata e ricordare insieme la persona cara. È importante condividere il dolore e prendere atto della realtà. La nostra società spesso esclude la dimensione della morte cercando di farla diventare una cosa lontana da noi, come nel caso dell’hashtag di questo periodo “Andrà tutto bene”. È inutile tentare di ignorare la morte, è importante certo anche darsi una speranza ma si deve imparare ad accettare la realtà per non rischiare di rimanere fissati nella fase di negazione.

Il 4 maggio sono ripresi i riti funebri, sempre mantenendo il distanziamento sociale e con solo i familiari stretti, anche per chi non ne ha avuto la possibilità prima. Risulta comunque importante cercare di allargare il supporto sociale anche agli amici e ai parenti meno stretti che potranno mostrare vicinanza anche a distanza e partecipare a dei momenti di rito alternativi per ricordare insieme il defunto e stringersi virtualmente nel dolore.

https://marcosantarelli.eu/index.php/il-mago-di-cartone/19-il-mago-di-cartone/244-consigli-pratici-e-teorici-per-la-fase-2-il-resto-del-carlino-la-citta


Insegnamento a distanza ai tempi del COVID-19

Le opportunità e le difficoltà della didattica a distanza illustrate dalla psicologa Giulia Galassi: quali Life Skill attivare?
6 Maggio 2020

Era metà marzo quando si è notificata all’intera popolazione la chiusura delle scuole da parte dello Stato Italiano. Ragazzi e insegnanti hanno dovuto abbandonare le loro classi per entrare nell’ambiente virtuale della didattica a distanza. Non sono mancate le prime difficoltà: oltre ai programmi interrotti, ruotine stravolta, ci si è dovuti confrontare con un mondo nuovo più avvezzo ai “nativi” meno conosciuto invece per i cosiddetti “immigrati digitali”.
Nella didattica a distanza entrano in relazione fasce d’età diverse con competenze e sviluppo cognitivo differente: dal professore più o meno giovane, al bambino, all’adolescente al ragazzo avente di norma, una maturazione celebrale proporzionale alla fase del ciclo vitale in cui l’individuo si trova. Non è scontato porre l’attenzione proprio su quest’ultimo aspetto e riflettere sulle funzioni esecutive che, per la loro definitiva conformazione, occorrerà attendere la tarda adolescenza. Questi processi consentiranno all’allievo tutte le attività necessarie al raggiungimento di un obiettivo.

Cosa succede allora allo studente che non ha ancora terminato lo sviluppo di queste strutture corticali superiori?
E’ un interrogativo lasciato aperto che genitori e insegnati devono tener ben presente quando si parla di didattica a distanza. Non è facile per i bambini della scuola elementare e per quelli della scuola di primo grado inferiore, ancora immaturi dal punto di vista celebrare, far fronte a questa nuova modalità d’apprendimento dove occorre ancor più capacità di concentrazione, senso del controllo e selezione degli stimoli. Importante risulterà perciò riflettere sulle caratteristiche individuali di chi apprende, sulle sue esperienze personali e i suoi bisogni oltre che per gli insegnanti, far fronte alle modalità di gestione della situazione in modo diretto, intervenendo e definendo le modalità con cui far svolgere una certa attività. Ulteriore compito del docente sarà quello di far sperimentare all’allievo il senso di appartenenza anche quando “spazialmente” non si è vicini, oltre che promuovere lo spirito d’ aggregazione, socializzazione e collaborazione.

Tante risultano essere perciò le abilità da mettere in campo in questa fase cosi delicata dell’apprendimento a distanza ai tempi del Covid19.
L’Oms, nel 1992 aveva individuato le Life Skills, ovvero dieci competenze che mirano alla promozione del benessere indipendentemente dal contesto in cui si vive. Esse possono essere raggruppate in tre macro aree: cognitive, emotive e relazionali. Non essendo predisposizioni naturali dell’individuo è possibile potenziarle promuovendole anche nella famiglia o nel gruppo dei pari. Pensiamo in queste giornate dominate da incertezza e insicurezza, chiusi in casa, quanto sia importante per il bambino ma anche per l’adulto saper gestire le proprie emozioni, affrontare adattivamente lo stress, o mettere in campo la propria creatività come antidoto alla noia e alla paura. Allenarle e potenziarle può offrire un occasione agli individui per far fronte alle diverse sfide educative in un ambiente diverso da quello a cui si è abituati a pensare come luogo d’eccellenza dell’apprendimento, dove insegnanti e alunni possono sperimentarsi e mettersi in gioco contando sulle proprie abilità e sul sostegno reciproco.

Dott.ssa Giulia Galassi

https://www.resonnetwork.it/it/news/11-news/190-didattica-a-distanza-nell-era-del-coronavirus-la-nuova-sfida-del-2020.html


Smart working in condizioni di stress e la rivoluzione digitale indotta

Lavoro agile, riunioni in videoconferenza, lezioni online e così via. Il parere di due esperti dell’IPSE e dell’Accademia di Belle Arti e Design – Poliarte di Ancona, Alessandra Millevolte e Andrea Montesi, sulle conseguenze di questi cambiamenti sulla psiche e sulla nostra capacità di adattamento.
1 Maggio 2020

di  Alessandra Millevolte e Andrea Montesi

Millevolte. Oggi c’è qualcosa di nuovo rispetto agli scenari che già da tempo hanno orientato le aziende allo smart work o lavoro agile che si voglia dire: c’è una situazione, quella determinata dalla pandemia, in cui lavorare da casa – e addirittura rimanere a casa – è imposto da decreti governativi, oltre che dal buonsenso. Lavorare da casa significa mantenersi attivi e connessi e soprattutto significa prepararsi al “dopo”, investire nel futuro: allora dobbiamo imparare a farlo rapidamente, pensarlo e progettarlo nella sfera organizzativa di ogni azienda e nel personale spazio mentale e fisico di ogni lavoratore.

Tutto questo passa necessariamente da un cambio di mentalità, dall’adozione di una forma mentis orientata a trarre apprendimenti da ogni esperienza, a usare le proprie risorse per risolvere i problemi in modo nuovo, a immaginare scenari diversi e a liberarsi dalle abitudini oggi non più funzionali –ad esempio, imparare a valutare le prestazioni in termini di risultati raggiunti piuttosto che di ore di presenza al lavoro -, affrontando le necessarie trasformazioni e sapendo gestire le inevitabili ansie e il disorientamento che possono generare.

Data l’eccezionalità della situazione, non ci sono risposte preconfezionate, ma vanno costruite insieme, aprendo all’interno del contesto organizzativo un “cantiere” di lavoro per immaginare come adottare una modalità di lavoro – lo smart working – che in genere si attua in condizioni e con tempistiche programmate e limitate e che in relazione alla situazione presente dobbiamo invece implementare in modo rapido.

Non è solo questione di imparare a utilizzare strumenti tecnologici e poter gestire un orario flessibile. Specie in condizioni di emergenza implica molto altro: innanzitutto affrontare la paura, lo stress, le emozioni negative; imparare a ricreare la comunità lavorativa e a ricostruire il senso di appartenenza; comprendere il contesto in cui applicare il “lavoro agile”, quali sono i suoi confini e le sue regole (fra cui, ad es., il diritto a essere disconnessi); imparare a misurarsi non sulle ore lavorate ma sugli obiettivi raggiunti; programmare le attività dosandole nell’arco della giornata, tenendo conto sia della curva personale di produttività, sia del luogo in cui si lavora (ci sono bambini a casa? si dispone di uno spazio riservato per il lavoro o lo si condivide? ecc.); essere consapevoli delle diverse tipologie di strumenti da utilizzare per il lavoro a distanza, ciascuno dei quali presenta caratteristiche e funzionalità che lo rendono più adeguato a determinate funzioni e richiede modalità di comunicazione e uso del linguaggio diverse; condividere in modo trasparente dati e informazioni con i propri colleghi; ma soprattutto ripensare al modo di gestire le relazioni, sia quelle professionali (con il capo, i colleghi, i clienti) sia quelle con i familiari che condividono lo spazio di lavoro. 

Montesi. Ci abitueremo, anzi ci stiamo già abituando. 
Ci stiamo abituando a vedere cittadini comuni, e non medici ed infermieri, indossare mascherine e guanti per preservare la propria e l’altrui salute. Ci stiamo abituando ad accettare il concetto e la pratica della limitazione della nostra libertà di movimento (finché sarà necessario).
Ci stiamo abituando a percepire il tempo come un vissuto diverso, forse meno frenetico ma comunque impegnativo. Trasformeremo il tempo vuoto, dello sbalordimento e della presa di coscienza che la pandemia è viva e colpisce duro, in tempo pieno, carico di vecchie speranze e nuove azioni. E ci stiamo abituando anche ad una “rivoluzione lavorativa tecnologica” forse progettata, ma effettivamente mai applicata prima in modo così esponenziale ed accelerato. Forse alcuni contesti professionali altamente specializzati o compagnie industriali lungimiranti e con forti capacità economiche hanno già posto in essere tale avanzamento tecnologico e lavorativo.
L’uomo per sopravvivere modifica l’ambiente circostante, magari con un impatto altamente distruttivo, ma prima ancora di modificare l’ambiente, l’uomo per sopravvivere si adatta. La modifica è infatti l’output ultimo di un processo di consapevolezza delle proprie risorse, capacità e limiti. A volte avviene con difficoltà e resistenze, altre con naturalezza e spirito pioneristico. Altre volte ancora, senza rendersene conto, l’essere umano subisce le modifiche (climatiche, di risorse economiche, delle mode) e, appunto, si adatta. E per farlo sfrutta appieno le proprie risorse fisiche e soprattutto cognitive. E sono a queste ultime tipologie di risorse, le cognitive, cui si richiede di intervenire in modo estremamente reattivo e puntuale in questo periodo di trasformazione del lavoro. Questa rivoluzione è indotta perché inaspettata, necessariamente veloce anche per restituire a coloro che sono nelle proprie abitazioni una parvenza di “normalità lavorativa”. È indotta perché non ci sono ancora né i tools adatti, né soprattutto le reazioni cognitive adeguate (nuove modalità di relazione, di utilizzo dei software, etc..) per il repentino cambiamento. L’Ergonomia, scienza che da decenni studia l’interazione tra essere umano/tecnologia/ ambiente, nella sua declinazione in ergonomia cognitiva, ci suggerisce che un adattamento cognitivo completo, complesso e soddisfacente, deriva soprattutto dalla strutturazione degli ambienti virtuali – e tools connessi – creati in modo semplice, comprensibile, intuitivo, dinamico e funzionale (usability). Se vogliamo che le nostre menti siano pronte per questa rivoluzione digitale indotta, dobbiamo prima accettarla e poi avere a disposizione strumenti, web e software all’altezza della richiesta, delle nostre possibilità e dei nostri limiti.
Insomma, da un lato c’è la necessità di semplificare il messaggio, cosicché la nostra mente elabori più repentinamente gli schemi di comportamento necessari per la nuova “fisicità lavorativa virtuale”. Dall’altro dobbiamo porci nelle condizioni di accettare il cambiamento e confidare nelle nostre risorse cognitive per adattarci alla nuova realtà digitale, al fine di trasformare la rivoluzione digitale indotta in rivoluzione digitale accolta. 

https://marcosantarelli.eu/index.php/il-mago-di-cartone/19-il-mago-di-cartone/240-costretti-a-modificare-le-nostre-abitudini-il-resto-del-carlino-la-citta


La comunicazione non verbale ai tempi del COVID-19

Il pensiero di Giovannella Giorgetti, Conselour, Docente e Trainer nelle Scuole di Counseling ci iffre un excursus sull’evoluzione della comunicazione in tempo di cambiamenti con un focus sulla comunicazione non verbale in questa situazione di emergenza.
22 Aprile 2020

Questo periodo storico sarà ricordato come “Il tempo del Coronavirus” determinando una sostanziale differenziazione tra il pre e il post evento, che ha fatto esplodere e implodere tutto ciò che si era dato per scontato. Tutte le generazioni che vivono questa emergenza non saranno mai più le stesse e saranno forse solo i bambini, almeno sotto una certa età, che troveranno una società differente in molte sue organizzazioni.
Nel corso del tempo ciò che ha caratterizzato i cambiamenti è la modalità di comunicazione. Partendo dal primo assioma della Scuola di Palo Alto, non si può non comunicare, possiamo riflettere su una componente importante della comunicazione, quella non verbale.

Se il contenuto verbale rappresenta la parte digitale, razionale, consapevole della comunicazione, il non verbale è quella analogica, emotiva, non sempre consapevole. Gestualità, postura, sguardo, ma anche abbigliamento e modo di presentarsi, partono dal proprio stato emotivo e raggiungono quello dell’altro, in un dialogo interno e profondo che esprime il mondo complesso dell’umanità. 

In questa situazione di emergenza, cambia la nostra comunicazione non verbale, che assume ancor più significato. All’interno delle mura domestiche, nell’interazione quotidiana, esprime più che le parole il nostro stato d’animo. Se utilizziamo i dispositivi per contattare l’esterno familiare e amicale, è possibile vedersi, anche se in una situazione meno autentica, poiché ci si muove come davanti ad una macchina da presa e ciò può togliere spontaneità all’incontro. Se poi spostiamo la nostra attenzione fuori dalla cerchia familiare, nel limitato mondo oltre le mura domestiche, ci si rende conto dei cambiamenti in atto avvenuti in pochi mesi. Uscire indossando i dispositivi di protezione, comunica già ciò che stiamo vivendo, nella continua ricerca di protezione per noi e gli altri. L’incontro, anche di pochi istanti, deve fare i conti con il concetto di pericolosità, un modo di pensare che si oppone alla dimensione sociale, propria dell’essere umano. Lo sguardo diventa protagonista delle rare interazioni,  esso parla di noi e raggiunge l’altro, spesso come unica modalità di contatto emotivo. Si parla con gli occhi nei luoghi  del quotidiano e anche in quelli della difficoltà e della sofferenza, nelle strutture per gli anziani, negli ospedali, dove è necessario porre il proprio nome sulle tute protettive per essere riconosciuti  e quelle stesse mascherine o tute, a volte si colorano con un disegno, una frase, una parola per esprimere qualcosa in più di sé, nell’incontro. In ogni periodo di crisi, accanto alla drammaticità, emerge l’opportunità di una crescita consapevole, come sempre accade dopo esperienze di digiuno e privazione

Non sprecare ciò che è prezioso e della cui mancanza stiamo facendo umana, sofferta, utile conoscenza. 

Dott.ssa Giovannella Giorgetti

https://www.resonnetwork.it/it/news/11-news/181-la-comunicazione-non-verbale-ai-tempi-del-covid-19.html

Gli anziani e la pandemia

La Dott.ssa Serena Rabini ha deciso di offrici un’analisi chiara della situazione della parte della popolazione più sensibile e a rischio in tempo di Coronavirus: gli anziani. Uno sguardo delicato e puntuale su cosa possiamo fare per essere di sostegno ai nostri cari e su quali sono le sensazioni che stanno provando.
20 Aprile 2020

La popolazione anziana, a partire già dagli over 70, purtroppo è uno dei target più colpiti dal coronavirus. La maggior parte di queste persone presenta infatti malattie croniche concomitanti a livello polmonare, cardiovascolare, oncologico ecc., di conseguenza il loro sistema immunitario risulta indebolito anche a causa delle prolungate terapie farmacologiche e tutto questo rappresenta un terreno fertile per la diffusione del virus. In questi giorni, infatti, abbiamo assistito a molti decessi specialmente tra la popolazione anziana. 
Stiamo parlando di quella fascia d’età che già di norma necessita maggiormente di aiuto e di sostegno, perché spesso sono persone sole che contano sulla presenza dei propri familiari o di qualche assistente privata. Anziani, che magari ancora sono autosufficienti e riescono a vivere da soli in casa ma che hanno comunque bisogno di quel figlio, che ogni giorno passa a casa loro per portare la spesa, un farmaco, per pranzare insieme oppure semplicemente per salutare o abbracciare la propria mamma o papà. 

Che cosa succede oggi?
Quel figlio magari passa perché necessariamente deve portare la spesa oppure un medicinale, ma rimane distante, sull’uscio della porta e con una mascherina in volto, non si riesce ad intravedere nemmeno un sorriso di conforto. Tempo trascorso: solo pochi veloci istanti e l’anziano si ritrova in una immensa solitudine magari con la fresca notizia della morte di un suo caro amico.
Quando poi chiuso in casa è quell’anziano che oltre a patologie concomitanti presenta una demenza ormai diagnosticata da anni, la situazione purtroppo peggiora ulteriormente. Parliamo di quelle situazioni in cui l’autosufficienza è persa così come l’orientamento spaziale e temporale e magari il familiare che è accanto non è più riconosciuto come tale. A tutto questo va sommato la difficoltà nel comprendere quanto stia accadendo e il rischio che questo isolamento possa far peggiorare le condizioni fisiche e cognitive.

Come possiamo comportarci allora?
La nostra presenza, anche se distante, anche se virtuale, risulta importantissima, telefonate o, per i nonni più digitali, videochiamate sono gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione e che possono aiutarci tantissimo. Il suggerimento è quello di ascoltare i nostri anziani, le loro ansie, le loro angosce e rassicurarli attraverso le nostre parole o semplicemente tramite un tono della voce dolce e pacato.
Per tutti coloro che invece hanno il compito di assistere un anziano con demenza, il consiglio pratico è quello di pianificare le giornate ovvero fissare e rispettare per esempio gli orari delle attività, dei pasti e del riposo. In questo modo sarà più semplice ridurre la comparsa dei disturbi comportamentali. Ugualmente utile sarebbe coinvolgere il proprio caro in attività ricreative e di stimolazione, quali disegnare, cucinare insieme, ascoltare la musica, fare un po’ di semplice attività fisica. Quello che possiamo sicuramente affermare è che in questo difficile momento di isolamento quotidiano le precauzioni da adottare sono molte, così come le regole da rispettare, ma dobbiamo ricordarci sempre di dare quell’attenzione particolare in più ai nostri nonni.

Dott.ssa Serena Rabini

https://www.resonnetwork.it/it/news/11-news/178-anziani-e-coronavirus.html


Pedagogia creativa e uso della distanza

La rubrica “La vite di Archimede” curata da Marco Santarelli K. , Professore dell’Accademia Poliarte di Ancona e direttore scientifico di ResOnNetwork, ospita
i contributi di due esperte dell’Ipse.
15 Aprile 2020

di Daniela Battaglia e Catia Mengucci

Battaglia. Nei tempi del coronavirus non si può prescindere dalla considerazione che ci siamo trovati improvvisamente catapultati in una realtà dove paura, dolore e perdita sono rimbalzati di casa in casa in maniera imprevedibile e sconcertante e il termine distanza ha assunto un ruolo da protagonista sia nella sua accezione meramente fisica che in quella psicologica. Molte iniziative si stanno succedendo affinché si attenui il senso di irreale isolamento che aleggia tra le strade deserte e le persone chiuse tra le mura della propria casa. Ma questi tempi sono anche i tempi della ristrutturazione del campo percettivo e cognitivo. Sono i tempi della riflessione e della riorganizzazione dello stile di vita. Sono i tempi in cui ci si guarda dentro. 

“Se fate amicizia con voi stessi non sarete mai soli” recita una nota frase dell’autore motivazionale Maxwell Maltz e fare amicizia con noi stessi significa anche concepire questo tempo dilatato come l’opportunità per ripensare e ripensarsi. È il momento di riprendere idee e progetti accantonati, di concepirne di nuovi e, soprattutto, è il momento di dare spazio alla nostra creatività e di guardare con occhi diversi la situazione che stiamo vivendo. È il momento della resilienza attraverso la creatività. Gianni Rodari, nella sua Grammatica della fantasia, fa riferimento allo psicologo bielorusso L.S. Vygotskij per affermare che tutti gli individui, e non solo pochi privilegiati, posseggono una comune attitudine alla creatività (Einaudi, Torino, 1973, pp. 169–170). Emerge allora l’esigenza di una pedagogia della creatività, una pedagogia rivolta a tutte le fasce d’età secondo un’ottica che vede nel lifelong learning il percorso che conduce verso una crescita della persona e della società e dove il pensiero si libera da concetti convenzionali e stereotipati per dare origine a nuove interpretazioni della realtà e a soluzioni originali. L’agire creativo è caratterizzato da forme di pensiero fluido, flessibile, originale, in grado di elaborare informazioni e conoscenze, di riorganizzarle e utilizzarle in efficaci percorsi divergenti.Ecco dunque l’importante valenza positiva della creatività anche in situazioni di emergenza sociale come l’attuale, essa infatti esercita una significativa influenza sull’attitudine degli individui alla resilienza, costituendo una risorsa in grado di potenziare la capacità di reagire alle situazioni, attuando modalità adattive funzionali alla realtà del momento. Liberare la nostra creatività è la sfida a cui siamo chiamati per abbattere le barriere dell’isolamento e scoprire nuove dimensioni di senso.

Mengucci. Sarà tutto diverso dopo il COVID 19! Questa frase la sentiamo ripetere spesso. Alcuni configurano scenari ottimistici di evoluzione sul profilo sociale e psicologico altri, scettici, ritengono che dopo un primo tempo di palese cambiamento, ritorneremo ad essere come prima. Credo che al momento non abbiamo gli strumenti per prevedere come sarà e come cambieremo. Le nostre ipotesi sarebbero infatti dettate da paradigmi vecchi e, forse, non più adeguati a leggere questa grande trasformazione generata da una infinitesimale particella infettiva. Ritengo che dovremmo evitare questa posizione intellettuale di anticipazione del futuro che implica un forte controllo, per quanto sia molto importante per lenire la nostra preoccupazione e ansia. Astenersi, in questo tempo sospeso, da trovare connessioni causali su futuri comportamenti sociali è, a mio avviso, creare il terreno fertile per accogliere il cambiamento. Mantenere in noi lo spazio vuoto popolato solo di osservazione, flusso di pensieri e consapevolezza è funzionale alla ricerca di senso. Per cambiare o meglio per evolvere, perché si può cambiare anche in peggio, occorre predisporsi al cambiamento. Cambieremo nella misura in cui vorremo cambiare, perché avremo connesso parti di noi a nuovi significati scaturiti dalla riflessione in questo e su questo tempo. E allora che fare? In primo luogo, prendere distanza. Distanza sembra essere la parola che più ci accompagna e ci condanna in questo tempo. Dobbiamo vivere lontano dagli affetti, interrompere le attività che ci piace fare, evitare il nutriente contatto fisico. Moltissime persone hanno dovuto vivere la morte dei propri cari a distanza. Eppure, superando la barriera della libertà temporaneamente negata e la sofferenza che ne deriva, possono essere intraviste opportunità di senso nel vivere la distanza. La distanza recupera il desiderio, induce riflessione sui propri vissuti soprattutto disabituandoci a vivere e ad assumere la realtà solo con la pancia. La distanza implica ricerca su cosa posare lo sguardo e mettere a fuoco. La distanza fa ricomprendere il senso del rispetto, delle persone e dell’ambiente. Prendere distanza, allora, diventa la condizione necessaria per poter osservare, riflettere e forse costruire il cambiamento.

La distanza può essere sapiente.

https://marcosantarelli.eu/index.php/il-mago-di-cartone/19-il-mago-di-cartone/228-pedagogia-creativa-e-uso-della-distanza-il-resto-del-carlino-la-cittaper